
I popoli antichi sul suolo padano
In terra brianzola numerosi sono stati i ritrovamenti preistorici e protostorici dal secolo scorso in poi, a cominciare dalla grotta del Buco del Piombo, che potremmo definire la culla dell’uomo della Brianza, nonché rifugio dell’estinto Ursus Spelaeus, uno dei più grandi mammiferi che abitarono l’Europa durante il Quaternario.
Dall’Età della Pietra all’Età del Ferro:
una lunga Preistoria
Rispetto ad altri siti della penisola – Liguria, Puglia, Sicilia, per esempio – veramente scarse sono in realtà le tracce dell’uomo paleolitico in Brianza, tanto che la preistoria brianzola si fa risalire a un’epoca che nel Mediterraneo era ormai pienamente storica, vale a dire intorno al 5.000 a.C., quando sulle rive del Nilo sorgeva la civiltà egizia e in Medio Oriente fiorivano le culture di Ur, di Babilonia, di Ninive.
Nulla inoltre sappiamo di questi antichi abitatori, se non che da cacciatori e raccoglitori itineranti divennero stanziali intorno al 2.000 – 1.500 a.C, e cominciarono a costruire le palafitte.
Sulle rive dei laghi brianzoli sono stati trovati resti di queste antichissime strutture abitative, a Pusiano, a Bosisio, a Montorfano.
Erano pochi e dispersi; non avevano utensili o armi di rame, e nemmeno di bronzo, ma soltanto arnesi di pietra, coltelli, raschiatoi, schegge di lavorazione. Il materiale più abbondante è costituito da punte di freccia, a indicare una prevalente attività di caccia, ma non mancano reperti in argilla grossolana, di origine torbifera, come i vasi rinvenuti a Pusiano, Montorfano, Bosisio, insieme a scodelle e cucchiai di terracotta.
Qualcosa di più è sopravissuto di una popolazione successiva, più forte e numerosa, proveniente probabilmente dalla valle del Danubio, che lasciò dietro di se oggetti forgiati nel metallo che determinano dei momenti fondanti della storia: Il bronzo.
A Bosisio, sulle sponde del lago, vennero rinvenuti asce di bronzo, selci, pugnali di osso, vasi di grande dimensione a forma di orcio. Ma il ritrovamento più importante è avvenuto a Ello: un elmo a calotta, finora il più antico d’Italia, cui è seguito quello di una spada con fodero.
Tutto ciò che sappiamo di questo popolo è scritto nei rifiuti che si lasciò dietro: resti di pasti a base di carne ovina e selvatica dimostrano infatti come si trattasse soprattutto di allevatori e cacciatori.
L’Età del Ferro in Brianza
Le testimonianze della prima Età del ferro (dal 1000 al 600-500 a.C. circa) sono più numerose, anche se relative esclusivamente a oggetti rinvenuti nelle necropoli. Si tratta delle tombe di Monza, Orsenigo, Montorfano, Buccinigo, nelle quali si sono trovati soprattutto vasi.
Oggetti poveri che fanno pensare ad una popolazione di scarse risorse, tutta presa dalla necessità di procurarsi cibo e riparo. Poche anche le armi: una punta di lancia a Montorfano, una lama di coltello a Mariano, delle spade ed un pugnale a Monza. Si tratta quindi di pastori e di agricoltori più che di guerrieri.
Chi erano questi antichi palafitticoli? Come scrive Adriana De Camilli Soffredi, "…è stato fatto il nome dei liguri che…sappiamo si diffusero ben oltre il limite dell’odierna Liguria. Comunque debbano chiamarsi questi antichissimi briantei, si tratta certamente di popolazioni anteriori di otto-nove secoli alla civiltà romana.
Le tombe più antiche, erano scavate nella nuda terra e nella buca veniva deposto il vasellame funebre.
Oltre alle tombe, si sono trovate pietre cuppelliformi, cioè scavate a forma di scodella, e si presume che facessero parte di qualche apparato di culto. Segni simili si vedono nelle incisioni rupestri di Grosio in Valtellina e sulle grandi pietre della Valcamonica, ma è l’unica somiglianza in Brianza. Infatti, manca qualsiasi testimonianza di arte preistorica, sia essa ceramica o rupestre.
Quando nella Padania c’erano gli Etruschi
Nel libro II° delle sue storie (che narrano i fatti avvenuti dal 264 al 146 a.C), lo storico greco romanizzato Polibio scrive: "I Celti, venuti a contatto con gli Etruschi", invidiosi a causa della fertilità del loro territorio, con un futile pretesto li attaccarono all’improvviso con un grande esercito, li cacciarono dalla pianura del Po e la occuparono. Nella parte più vicina alla sorgente del fiume si insediarono dapprima i Lai e i Lebeci, poi gli Insubri, che costituivano fra loro la popolazione più importante.
Dunque, prima dei Celti, quelli che i Romani chiamarono Galli, nella Padania abitavano gli Etruschi, che furono certamente il popolo più importante, più ricco e più civile dell’Italia pre-romana
Gli Etruschi, non erano guerrieri. Erano grandi commercianti che solcavano il Mediterraneo con navi cariche di merci lavorate da scambiare con materie prime, metalli soprattutto.
Di origine tuttora misteriosa – secondo gli storici antichi venivano dall’Oriente, per quasi tutti gli studiosi moderni erano invece una popolazione autoctona - il centro della loro federazione era nel cuore della penisola, fra Toscana, Lazio e Umbria: li si trovano le loro radici e la sede dei loro culti.
La penetrazione al Nord iniziò verso il IX – VIII secolo a.C.; nelle viscere delle Alpi infatti si trovava il ferro, essenziale per loro, maestri nella forgiatura di utensili e armi, ma soprattutto nella pianura c’era tanta terra incolta da lavorare per nutrire un popolo che stava diventando numeroso.
Così con una marcia che non lasciò traccia di violenza, stabilirono insediamenti a Bologna "Felsinea" a Parma, a Mantova.
A Spina crearono il più importante scalo marittimo dell’Etruria Padana.
In quella che poi si chiamò Lombardia si diffusero ampiamente, anche se in terra ambrosiana come in quella briantea non si sono trovate necropoli quali quelle in Toscana e nel Lazio.
Degli Etruschi non restò quasi memoria e andò perduta la lingua, cancellati come furono dalla potenza di Roma che era iniziata proprio con la sconfitta dei civilissimi vicini. Ma prima di Roma a cacciare gli Etruschi dalla Padania, come vedremo, ci avevano pensato i Galli.
Celti, alias Galli
Scrive Livio nel libro V° della sua Storia di Roma. "Essi "li Galli" poi per le gole Taurine e la valle della Doria passeranno le Alpi; sconfitti gli Etruschi in battaglia non lontano dal Ticino, avendo saputo che la regione nella quale avevano preso sede si chiamava Insubria, nome comune agli Insubri del pago "territorio" degli Edui, considerando ciò di buon augurio, vi fondarono una città che chiamarono Mediolanum…."
Oltre a Milano, Livio cita come città galliche anche Como, Brescia, Bergamo. Da parte nostra, aggiungiamo che accanto agli Insubri probabilmente si trovano anche gli Orobi, forse in posizione subordinata e loro tributari.
Chi erano questi popoli che tanta importanza rivestirono per l’Italia settentrionale?
I Galli appartenevano a una delle tante tribù Celtiche (ma sarebbe meglio dire "nazioni") che a partire dalla seconda metà del VI° secolo a.C., erano dilagate nel nostro continente a seguito delle invasioni indoeuropee che si erano succedute a partire dal 1.500 – 1.000 a.C, creando le basi delle lingue storiche come il greco, il latino, lo slavo, il tedesco, l’inglese.
Dal X° al V° secolo a.C., tutta l’area subalpina era stata interessata da queste migrazioni, da queste battaglie per la terra e il cibo. Dalla Spagna alla Francia, dall’Austria alla Germania, alle Isole Britanniche, all’Irlanda, le affamate tribù Celtiche scalzarono i precedenti abitatori, ma più spesso li assorbivano e ne venivano in certo qual modo assimilate. Nel tempo, più che di Celti si sarebbe parlato di Galli (in Francia), di Celtiberi (in Spagna), di Belgi (nelle Fiandre e nell’attuale Belgio), di Pannoni (in Ungheria) di Galati (in Asia Minore). Tutti popoli sui quali si sarebbe poi stesa la grande ombra unificatrice dell’impero di Roma, con la sua lingua, le sue leggi, i suoi costumi.
Etruschi e Galli: Fu vera guerra?
Sullo scontro fra Galli ed Etruschi, fra gli storici antichi c’è una certa confusione, Livio infatti dice che la sconfitta Etrusca avvenne al Ticino, con Belloveso al comando dei Galli, intorno al 600 a.C., ma nella tradizione romana viene citata una seconda sconfitta degli Etruschi da parte dei Galli, sempre al comando di Belloveso, nel 396 a.C., ovvero all’epoca dell’invasione gallica attestata storicamente.
Probailmente nel VI° secolo ci furono infiltrazioni galliche che portarono non alla scomparsa degli Etruschi, bensì alla convivenza fra le due Etnie, che sarebbe durata anche dopo l’invasione vera e propria.
Gli Etruschi restarono nella Pianura Padana, continuarono i loro commerci e sopratutto proseguirono lo sviluppo agricolo della regione.
Più che una sostituzione di popoli, in Padania ci sarebbe stata dunque una spartizione di territori fra vecchi abitanti (Etruschi ed altri) e nuovi arrivati (i Galli), con un reciproco accordo: i Galli, in cambio di tributi, si sarebbero impegnati a difendere i territori, occupandone le parti migliori e i punti strategici; le restanti terre sarebbero quindi rimaste alle popolazioni locali, che avrebbero proseguito il lavoro agricolo, commerciale, manifatturiero.
Se questa ipotesi fosse vera, ci sarebbe da dubitare che siano stati i Galli a fondare le città lombarde che abbiamo citato, a cominciare da Milano. E se queste città fossero stati centri Etruschi? Purtroppo non ci sono documenti o prove che attestino l’infondatezza o l’attendibilità di questa supposizione.
Gli Insubri e gli Orobi coabitanti o meno con gli Etruschi, si erano comunque saldamente attestati in terra lombarda, mantenendo relazioni con i fratelli di stirpe stanziati in Italia ed Oltralpe. A Differenza degli Etruschi però, che almeno avevano costituito una federazione fra le loro città-stato, I Galli non avevano mai impostato alcuna politica di alleanza e di unità fra le tribù, ed è per questo che l’inesorabile avanzata di Roma li trovò del tutto impreparati.
Roma vince tutto
I difficili rapporti fra Galli e Romani avevano avuto inizio nel 390 a.C, quando alcune tribù galliche, entrate in Italia al seguito della grande invasione, avevano assalito l’etrusca Chiusi e contemporaneamente saccheggiato e incendiato Roma, tentando in seguito nel 360 e nel 348 a.C., un nuovo assalto.
Più tardi, nel 299 a.C, i Galli entrarono in una coalizione con Etruschi, Sanniti, Sabini e Umbri e si scontrarono con i Romani a Sentino.
La guerra contro Roma continuò con fasi alterne fino al 238 a.C., anno in cui nella terra occupata dai Senoni i Romani stabilirono una colonia, Sena, e sconfissero i Galli al lago Vadimone. Da allora, per quarantacinque anni, i Galli se ne stettero tranquilli.
Intanto Roma cresceva, sottomettendo via via i popoli Italici del centro e del sud, pronta a espandersi a settentrione e sul mare.
La scintilla che riaccese lo scontro fu la decisione romana di assegnare ai propri coloni le terre dell’agro piceno, abitate appunto da Piceni e Galli. Così, le tribù galliche cisalpine dei Boi e degli Insubri si allearono con quelle transalpine dei Gesati, stringendo un patto anti-romano.
La guerra scoppiò nel 225 a.C.; i primi ad essere sconfitti furono i Boi, a Talamone, poi fu la volta degli Insubri, battuti nella terra fra il fiume Chiese e Oglio dai Consoli Publio Furio e Gaio Camillo. Nel 222 a.C Claudio Marcello li sconfisse ancora a Clastidium (l’attuale Casteggio presso Pavia) e pose l’assedio a Milano. I galli si arresero e la guerra finì.
A difesa del confine padano Roma pose le nuove colonie di Cremona e Piacenza e non fece concessioni di sorta alle tribù nemiche; ne cittadinanza, ne alleanza, ne federazione, soltanto sottomissione. Per questo, quando l’audacia di Annibale pose Roma a rischio, facendo intravedere una possibilità di emancipazione, le tribù del nord non esitarono a scegliere il "partito cartaginese".
Siamo nel 219 a.C. Annibale varca le alpi e viene accolto con favore dalle popolazioni Cisalpine, Liguri, Reti e Veneti, ostili al potere di Roma. Le sue prime vittorie in Italia avvengono al Ticino e al Trebbia, con l’aiuto appunto dei Galli; di li passa di vittoria in vittoria fino a quella clamorosa di Canne, nel 216 a.C., che piega Roma.
Probabilmente in quel momento i Galli pensarono di essersi liberati di Roma per sempre, ma le cose andarono diversamente: la vergogna di Canne fu vendicata, la guerra si spostò sul suolo africano e segnò il trionfo di Scipione contro Annibale. Era il 202 a.C.
Al Nord la resistenza contro Roma continuò. Nel 200 a.C. un cartaginese, Amilcare, guidò i Galli in azioni sporadiche: nel 197 a.C. si stipulò un’alleanza fra Cenomani, Boi e Insubri, cui Roma rispose con la guerra. La lotta si svolse soprattutto in terra comense. Come scrive Livio "il console Marcello condusse l’esercito nell’agro comense, dove gli Insubri, chiamati alle armi i comensi, tenevano l’accampamento"; nel 194 a.C Milano venne nuovamente assediata.
Nel 191 a.C. sei anni dopo l’inizio delle ostilità, viene stipulata la pace mediante foedus aequum, come riferisce Cicerone, il trattato contemplava, oltre al fatto che la popolazioni locali potessero mantenere una sostanziale autonomia, la clausola che nessun insubre potesse mai assumere la cittadinanza romana.
Da questo momento iniziava il declino dell’elemento gallico nella Padania e la progressiva sostituzione con quello romano. La Pax Romana si stendeva così sulla pianura Padana.
Per le nostre terre di Monza e Brianza, per la Lombardia tutta iniziava un’altra storia. Anzi "la" storia