La favolosa città di Tivana

e il suo Re

Il Pian del Tivano fin dal medioevo era considerato un luogo mitico, la cui terra celava tesori meravigliosi. Numerosi furono i ritrovamenti archeologici di monete, gioielli e medaglie come scriveva nel 1619 il Ballerini.

Ecco spiegata la ragione di questo Mida brianzolo, Tivano re, che trasformava in oro ogni cosa che toccava.

Ci fu un tempo in cui il dio Bacco viveva nell'Olimpo Brianteo, sulla cima del Monte San Primo, persa in una nebbia leggera; folti boschi di Quercus sessiflora si specchiavano nei laghi e ovunque lo sguardo il verde ambrato delle vigne si perdeva in quello denso della pianura lontana.

Tutto questo e altre bellezze sI vedevano dalla turrita Tivana, quando corse voce che Bacco fosse per partire alla conquista delle Indie, per rivelare agli uomini l'arte di inebriarsi col mosto fermentato.

Già il divino corteo annunciava con canti la discesa dal monte; avanti ai fauni e alle ninfe Bacco procedeva con Sileno, della cui saggezza si parlava in ogni contrada; il vecchio satiro e maestro, gonfio di vino, con la corona d'edera a sghimbescio sulla testa calva e le orecchie pelose, traboccava dalla mula paziente. C'era nel cuore della Brianza una smisurata fontana di pietra, che era prosciugata a causa della siccità; poiché si trovava sulla via che il tìaso doveva percorrere, Tivano ordinò che fosse riempita, all'orlo, di dolce vino. Per tutto il giorno i villani avevano trasportato gigantesche botti trainate da file di buoi dalla muscolatura poderosa. Quando Sileno passò di là fu attratto dalla fontana; scese dalla mula, il gran corpo instabile sui piedi caprini e bevve, bevve tanta di quella graziosa acqua ambrata dove si specchiavano annosi carpini che ubriaco, si perse nella nebbiolina dei boschi.

Lo ritrovarono i contadini e lo portarono a corte, addormentato com'era, arrampicandosi sui sentieri della Vallassina. Il re Tivano, onorato dalla presenza di quel saggio, indisse festeggiamenti che durarono cento notti. Anzi, le luci erano tante e la città mandava tali bagliori dai suoi fregi d'oro e dalle vie lastricate di diamanti che sembrava sempre giorno.

A quel miraggio di luci giunsero i passi di Bacco, che aveva percorso la via già fatta per ritrovare l'amato Sileno e quando il re glielo riconsegnò, volle fargli un gran dono: avrebbe ottenuto qualunque cosa avesse desiderato. Tivano pensò molto, poi chiese di poter trasformare in oro, per tutto il tempo che gli restava, ogni cosa toccata.

Così fu. Ma ahimé! quando il re addentava una mela, si rompeva i denti nell'oro, quando beveva un sorso si trovava in bocca un liquido d'oro. In oro si mutavano le strade che percuoteva col piede e i fiori del suo giardino; oro lucente, colato, in foglia, in lastre, zecchino, massiccio. L'era dent in l'or finna al coo, i sudditi bisbigliavano, ridevano, malignavano: el re Tivan el caga or! Solo la morte per fame, ormai prossima, non si vestiva di riflessi dorati. Tivano si recò nei boschi a pregare: "Per carità o nume - gridò - riprendi il tuo dono e lasciami mangiare come i miei servirvi". Bacco lo liberò dall'infausto dono purché andasse a bagnarsi nelle acque del Lambro e da allora la corrente trascina verso la foce pagliuzze d'oro.

 

"Tratto da Leggende e storie brianzole, Meravigli"