Il Buco del Piombo

Un rifugio per orsi e uomini

In alta Brianza, nell’aspra Val Bova, su una vasta parete rocciosa dalla quale si erge il monte Bellettone, si apre la grotta più celebre della Brianza, il cosi detto Buco del Piombo.

Perché si chiami così non è noto, forse per il colore plumbeo assunto dal calcare, forse perché "a piombo" sulla parete rocciosa.

La cavità è vasta e profonda: vi si penetra attraverso un antro di 44 metri di altezza e 55 di lunghezza e si prosegue poi per un cunicolo orizzontale lungo 185 metri, il quale si biforca, si ricongiunge e di nuovo si divide in cunicoli più piccoli, più bassi e più pendenti. Nella grotta regna la totale oscurità, che rende ancor più suggestivo lo spettacolo offerto da stalagmiti, stalattiti e laghetti.

La grotta è molto antica e le sue rocce appartengono a due periodi diversi: al Giurassico i calcari degli strati inferi, ricchi di ammoniti, al cretaceo quelli superiori, color bianco latte all’origine e oggi plumbei per l’esposizione agli agenti atmosferici.

Nel corso del tempo - milioni di anni – l’aspetto della grotta dovette mutare continuamente. Dalla volta probabilmente penetrò materiale argilloso, che andò a formare sul fondo uno strato di sei sette metri, nel quale, alla fine del secolo scorso, furono rinvenute le ossa di un Ursus spelaeus, l’orso delle caverne, comparso nel Quaternario ed estintosi 50.000 anni fa. Nel nostro secolo i ritrovamenti si fecero sempre più frequenti, tanto da far sembrare la grotta una vera e propria necropoli di questo grande mammifero preistorico.

Ma il Buco del Piombo non ospitò soltanto orsi. Nel 1884 venne raccolta nel primo tratto della caverna una punta di freccia in pietra e nel 1909 frammenti di ceramica non lavorata al tornio e cotta grossolanamente, si trovò anche una scodella modellata a mano e decorata con tre solchi incisi con uno strumento a tre punte. Questi manufatti vennero datati al 4.000. a.C., in piena età neolitica.

Nel 1939 un’altra scoperta: tre frammenti di selce e tre oggetti di incerta tipologia. Due di questi sembrano essere coltelli o lame con faccia inferiore piana e ritocchi marginali, che il loro scopritore professor Maviglia, attribuì al Paleolitico superiore, quando in Europa ancora viveva l’Uomo di Neanderthal.

Se l’ipotesi venisse confermata, si tratterebbe dell’unica testimonianza dell’Homo sapiens neanderthalensis in Lombardia.