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Circolo Culturale SardegnaDi Vimercate Concorezzo e Monza (MI) 338.95.04.767 www.circolosardegna.brianzaest.it E-Mail: circolosardegna@brianzaest.it |
Da un’idea di Rita Chessa
In collaborazione con: il Gruppo Donne del Circolo Sardegna, e l’Ufficio Cultura-Biblioteca del Comune di Concorezzo.
Con il Patrocinio di:
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Comune di Concorezzo |
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Provincia di Oristano |
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Presidenza del Consiglio Regionale della Sardegna |
Hanno il piacere di invitare tutta la cittadinanza all’inaugurazione della mostra:
La "Donna nell’Arte"
Opere di pittori lombardi e sardi.
Veramente Falso:
rappresentazione della donna nella pittura, con i falsi d’Autore:
opere di di Gauguin, Modigliani, Matisse, Picasso, Degas, Monet. ecc..
Inaugurazione
Sabato 6 Marzo 2004 Ore 17,00
Villa Zoia – Via Libertà 74 - 20049 Concorezzo
La mostra resterà aperta tutti i giorni dal 6 al 14 Marzo
Dalle ore 10,00 alle 12,00 e dalle 15,00 alle 19,00
Ingresso Libero!!
8 Marzo Festa della Donna
Le origini della festa dell'8 Marzo risalgono all'inverno del 1908, a New York, le operaie dell'industria tessile Cotton scioperarono per protestare contro le terribili condizioni in cui erano costrette a lavorare chiedendo migliori condizioni di lavoro. Lo sciopero durò alcuni giorni, finché l'8 marzo il proprietario Mr. Johnson, bloccò tutte le porte dell'opificio e imprigionò le lavoratrici nella fabbrica alla quale venne appiccato il fuoco. Le 129 operaie morirono, arse dalle fiamme.
Fu Rosa Luxemburg a proporre, in ricordo della tragedia, la data dell'8 marzo come giornata internazionale della Donna.
Questo triste accadimento, ha dato il via negli anni immediatamente successivi ad una serie di celebrazioni che i primi tempi erano circoscritte agli Stati Uniti e avevano come unico scopo il ricordo delle operaie morte nel rogo della fabbrica.
Successivamente, con il diffondersi e il moltiplicarsi delle iniziative, che vedevano come protagoniste le rivendicazioni femminili in merito al lavoro e alla condizione sociale, la data dell'8 marzo assunse un'importanza mondiale, diventando, grazie alle Organizzazioni Sindacali ed alle associazioni femministe, il simbolo delle vessazioni che la donna ha dovuto subire nel corso dei secoli, ma anche il punto di partenza per il proprio riscatto.
Teodolinda nel medioevo – Eleonora D’Arborea alle soglie del rinascimento sono state, per il loro tempo, due donne che hanno lasciato un’impronta di modernità e di progresso, quale mai fino all’ora si era visto. La loro capacità politica riformatrice ha inciso profondamente nella civiltà e nella vita del loro tempo. A ben pensarci, si tratta di un processo non dissimile da quello intrapreso nell’ultimo secolo dalle donne, che hanno dovuto in prima istanza impadronirsi di un linguaggio, sia pure quello maschile e autoritario, per poi sforzarsi di rimodernarlo secondo la propria sensibilità: un’azione necessaria non solo per poter denunciare l’ingiusta discriminazione, ma anche per poter partecipare con pari dignità alla scrittura della storia.
È questo il retroterra di Teodolinda ed Eleonora D’Arborea, da cui nasce la loro consapevole ribellione, la loro presa di coscienza, la loro acquisizione di responsabilità. In Teodolinda ed Eleonora D’Arborea, emergono delle personalità complete, che hanno imparato che non tutto va salvato nella tradizione dei padri; hanno imparato a riconoscere le trappole dello sfruttamento e a diffidare dei ruoli, ma soprattutto hanno imparato che non si sopravvive da sole né come donne né come regine.
Con questa consapevolezza Teodolinda ed Eleonora D’Arborea, hanno valicato i confini del villaggio paterno, hanno saputo guardare il mondo con la serenità di chi conosce la strada da intraprendere, forti delle loro doti e del loro sapere di donne.
La regina Teodolinda
il gioiello del popolo longobardo
Un’epoca di transizione, quella del VII secolo; un antico impero, quello romano, in via di dissoluzione; una delle più belle regioni d’Europa, la Valle Padana; un popolo fiero venuto con le armi da oltre le Alpi, i Longobardi: ci sono tutti gli ingredienti per una storia eccezionale, purché si trovi un protagonista adeguato. E in questo scenario il protagonista assoluto fu una donna eccezionale: Teodolinda, la regina dei Longobardi, una delle figure più emblematiche della nostra storia, eppure ancora così poco conosciuta e studiata.
Teodolinda si identificò totalmente nella causa del popolo longobardo, Teodolinda è una donna che dai suoi contemporanei fu definita gloriosissima, fu sposa, madre, sovrana, riformatrice religiosa, amante e sostenitrice della cultura. Un personaggio di grandissimo spessore che può risultare sorprendente solo per coloro che abbiano abboccato alla cultura "ufficiale" che insiste nel dipingere il Medioevo come tempo di oscurantismo.

Il sogno di Teodolinda
Questa regina seppe far grande il proprio popolo, estendendone i domini oltre i confini della Valle Padana. L’influenza di Teodolinda si fece sentire, come detto, sull’intera civiltà longobarda: fu lei che convertì definitivamente il suo popolo al cattolicesimo, anche grazie all’opera di un monaco irlandese c
he fu per un certo tempo alla corte di Agilulfo suo sposo, in quel di Milano.San Colombano il grande santo monaco, proveniente da Leinster, portò tutto l’impeto missionario e la tensione mistica del cristianesimo celtico, contribuendo all’opera di Teodolinda di dare una comune identità religiosa ai popoli della Lombardia: Celti, Germani, e Longobardi.
Il Duomo: era il 595 quando la regina Teodolinda decise di cominciare la costruzione del Duomo, donando alla città rendite sufficienti, reliquie e preziosi che, con la corona ferrea, formano un tesoro di altissimo valore, confermando di fatto il ruolo di Monza a isola cattolica in Lombardia pagana che la regina voleva convertire.
La leggenda vuole che sia stata una colomba a indicarle il posto dove erigere la sua basilica, dopo che in sogno le era stato predetto, a lei fresca di nozze con il duca di Torino Agilulfo, che lo Spirito Santo sotto forma di volatile le sarebbe comparso dinnanzi.

La colomba appare a Teodolinda
La leggenda di <<Modo Etiam>>: un giorno Teodolinda, durante una battuta di caccia, si addormentò sotto un albero gli apparve nel sonno una colomba che le disse "Modo" (cioè qui) e Teodolinda rispose "Etiam" (cioè certo). Dallo scambio di battute fra la Regina Teodolinda e la colomba sarebbe nata l’antica denominazione della città (Modoetia) Monza.
Teodolinda morì lasciando la basilica agli inizi della sua costruzione, venne sepolta, in una delle più grandi sepolture alto medioevali (al centro della navata sinistra), e diede inizio ad un' opera che avrebbe raccolto tra i più importanti maestri dell' arte del trecento fino al settecento.
Il racconto:
"Modo." "Etiam." La leggenda del nome di Monza
Fra Giuseppe Bernardino Burocco dà una sua versione dell'origine del nome di Monza, che spiegherebbe anche il motto Modo Etiam che si ritrova in alcune pitture.

Il Duomo di Monza
Riferisce il Marimonti: "Lo storico racconta che Teodolinda aveva fatto voto di erigere un tempio a S. Gio. Battista. Ebbe in sogno che dovesse fabbricarlo là dove gli fosse apparso lo Spirito Santo in forma di colomba. Andò in varie parti la divota regina e giunse finalmente per volere di Dio ad Olmea presso il limpidissimo Lambro, dalla qualità degli olmi così nomata tra Adda e Ticino. In questo sito... scese dal suo destriero, e qui... posossi sotto un'alta quercia, a cui s'era d'ogni intorno volta una vite, che colle sue spesse e larghe foglie faceva una deliziosa ombra... quand'ecco su l'albero comparire l'aspettata colomba. A tal felice veduta s'accorse la divota serenissima signora essere piacere di sua Divina Maestà che in questo sito fabbricasse, tanto più che la colomba, quasi che avesse lingua umana, con chiara e intelliggibile voce pronunciò questa parola: "Modo" (cioè qui). La regina, che altro non bramava che di sapere la volontà di Dio... pensando che le fosse imposto di subito mettere mano all'opera, acconsentendo prontissima rispose: "Etiam" (cioè certo). Quindi fu che di queste due parole formatane una sola, da Olmea in Modoetia venne tramutato il nome, e Monza nella nostra lingua fu poscia detta..."'.
L'etimologia del pio fra Burocco appare eccessivamente bizzarra anche allo stesso Marimonti, il quale sente il dovere di avvertire il lettore di quanto "cautamente s'abbiano ad attinger notizie dai cronisti monzesi...".

Teodolinda offre doni al Duomo
Eleonora giudichessa d'Arborea
è conosciuta per aver promulgato la Carta de Logu "Codice (delle leggi) dello Stato", che è considerata tutt'oggi , il merito della sua azione politica.
Gli stessi spagnoli, renderanno omaggio alla saggezza della legislatrice estendendo la Carta de Logu a tutta la nazione sarda, e conservandola in vigore per secoli.......infatti sopravvisse alla fine del regno giudicale di Arborea nel 1420, fino all'emanazione del Codice di Carlo Felice il 16 aprile 1827, ormai alle soglie del Risorgimento italiano.

La Carta de Logu
Parlando della Carta de Logu
non si può tacere l'apertura alla modernità di talune norme, e il distillato di saggezza giuridica che ne risulta della tradizione romano-canonica, di quella bizantina, della scienza bolognese e del pensiero della stessa cultura curiale catalana, soprattutto dell'elaborazione giuridica locale delle consuetudini sarde compiute e dal diritto sardo di tipo municipale.Tale legislazione non era episodica o sporadica ma era la componente di una più vasta politica intesa allo sviluppo dello stato arborense ed era avanzata rispetto alle legislazioni giuridiche ed amministrative del tempo. Si possono citare le norme che "fanno salvi dalla confisca i beni della moglie e dei figli, incolpevoli, del traditore (cap. 1,2), specie in confronto al disposto del parlamento aragonese del 1355, per cui i figli del reo di tradimento divengono servi del signore della terra", oppure quella che ammette, nella violenza carnale a nubile il matrimonio riparatore solo nel caso che la donna vi consenta (cap. 21); quelle che contemplano il reato di omissione di atti d'ufficio (cap.35), la parità del trattamento dello straniero a condizione di reciprocità, ed il controllo, attraverso "boni homines" delle successioni "ab intestatio" in presenza di minori (cap. 101).
Eleonora ha dimostrato con la sua reggenza e saggezza di voler uscire dal medioevo puntando anche sulla liberazione dei servi, "i lieros", e di voler adibire, nella propria lotta di tipo nazionale, oltre alle truppe mercenarie, quelle costituite dai suoi concittadini.
Siamo nel periodo in cui dalla storia antica si passa a quella medievale, la Sardegna divisa in quattro regni giudicali di Calari, Torres, Gallura e Arborea, sono delle istituzioni complesse per Europa del Mille, sono governati dalle assemblee delle "coronas de logu"
Tra i giudicati sardi solo quello di Arborea si è proposto di costruire una nazione tutta sarda. Gli altri giudicati non seppero recepire quelle istanze e le compresero solo quando le popolazioni divenne suddita del Regno di Sardegna e Corsica amministrato dai Catalano-Aragonesi. Allora si unirono al giudicato di Arborea per realizzare per la prima volta nella storia dell'Isola, una Nazione tutta Sarda, sotto le insegne dell'albero deradicato.
Eleonora è nata, probabilmente in Catalogna intorno al 1340, da Mariano de Bas-Serra e da Timbora di Roccabertì. Suoi fratelli furono Ugone e Beatrice. Visse i primi anni ad Oristano. Quando morì nel 1347 il giudice Pietro III senza discendenti la Corona de Logu del Giudicato, cioè l'assemblea dei notabili, prelati, funzionari delle città e dei villaggi, elessero giudice il padre di Eleonora, fratello dello scomparso. Mariano IV che resse il giudicato dal 1347 al 1376. Eleonora sposò prima del 1376 il quarantenne Brancaleone Doria. Matrimonio che rientrava nel disegno di un alleanza tra gli Arborea e i Doria che controllavano vasti territori della Sardegna in funzione antiaragonese.
Ugone nel 1383 viene assassinato nel suo palazzo di Oristano. Le ragioni esterne sono quelle aragonesi e dei nemici di Arborea, quelle interne sono da cercarsi nel malcontento dei proprietari e dei mercanti per il suo atteggiamento autoritario e per le contribuzioni che erano necessarie a mantenere i mercenari tedeschi provenzali e borgognoni, che Ugone aveva assoldato.

Con questo clima di crisi e di malcontento nel 1383 Eleonora scrive al re di Aragona una relazione sulle condizioni della Sardegna e chiede che venga riconosciuto il proprio figlio Federico come successore di Ugone. e manda il marito Brancaleone a trattare direttamente col re. Al tempo stesso scrive alla regina chiedendogli di intercedere presso il re a favore del figlio perché possa così finire il disordine che regna nell'isola.
L'intenzione di Eleonora era di riunire nelle mani del figlio quei due terzi della Sardegna che Ugone, prima della sua uccisione , aveva occupato. Questo disegno insospettì il re di Aragona che non ritenne conveniente avere una famiglia tanto potente nel suo regno, tanto più che non essendoci erede diretto maschio di Ugone, quei possedimenti, secondo la "iuxta morem italicum", avrebbero dovuto essere incamerati dal fisco. Brancaleone viene trattenuto col pretesto di farlo rientrare in Sardegna quando una flotta sarà pronta, effettivamente era un vero e proprio ostaggio e strumento di pressione contro la giudichessa ribelle, ma Eleonora non si perse d'animo e confermò la sua politica di guerra, partì all'azione, e appena fece rientro ad Oristano punì i congiurati e si proclamò giudichessa di Arborea secondo l'antico diritto regio sardo, per cui le donne possono accedere sul trono al loro padre o al loro fratello.
Quattro sono gli aspetti degni di attenzione nella politica di Eleonora, nella prassi e negli orientamenti di governo la giudichessa si riallacciò direttamente all'esperienza del babbo abbandonando definitivamente la politica antiautoritaria del fratello Ugone III, la difesa della sovranità e dei confini territoriali del giudicato, e infine l'opera di riordino e di sistemazione definitiva degli ordinamenti e degli istituti giuridici locali che diede vita alla Carta de Logu.
Eleonora non avrà mai la visione assolutista del signore che decide solo al vertice di un oligarchia e senza tener conto delle ragioni del popolo, e quella di chi invece ritiene di avere la propria legittimazione a regnare proprio nel popolo.
Le regole e le leggi garantiscono la pace, cioè l'ordine nel tempo.
Connesso a questo ordine e a queste regole
è il tema dell'indipendenza, il dilemma "vassalli o proprietari". È intrecciato a questo, il tema della terra e della nazione, del popolo, della gente e del territorio Stato dove è garantita la terra a tutti, essendo la terra di tutti.Eleonora è regina di uno Stato che ha la sua legittimazione nel popolo, unica forse nell'Europa dell'epoca, non ha fiducia nel re e nei re in generale. Si è sempre sentita dalla parte del suo popolo e si è confusa con la propria gente e ne ha sempre ascoltato anche di nascosto le ragioni.
Non cedere mai il potere (agli stranieri) questo per Eleonora è il punto vitale. Il potere è veramente la scelta tra la vita e la morte, non solo per sé ma per tutta l'isola.
Dopo essere riuscita a completare il progetto del padre di riunire quasi tutta l'isola sotto il suo scettro di giudicessa reggente, tenendo in scacco e ricacciando ai margini dell'Isola, in alcune fortezze sulla costa, le truppe di una monarchia potente come quella aragonesi, vede crollare il suo progetto, per una "malignità della fortuna", per una imprevedibile incognita della sorte: la peste che consegna, senza combattere, la Sardegna agli Aragonesi.
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